co-costruirsi è una dimensione della sostenibilità – Pippi

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“I momenti più belli sono quelli in cui ci incontriamo in Italia, con tutti i nostri colleghi. Questa connessione per me è partecipazione”. I tutoraggi sono spazi di confronto, ricerca e innovazione: per osservare esperienze e pratiche e per costruire strategie d’azione multidisciplinare. Tanti, tantissimi, i partecipanti, ospitati da Regioni, Servizi o Università: una significativa cornice istituzione del LEPS P.I.P.P.I. che è entrato in una fase decisiva, sulla quale si è sviluppato un intenso confronto. Ne abbiamo parlato a margine del tutoraggio di Roma con Federica, pedagogista dell’Ambito LT2 di Latina, in P.I.P.P.I. già dalla quarta edizione, e con Elisa, referente territoriale da un mese nello stesso distretto. Perché i tutoraggi sono anche momenti di dialogo generazionale.

Che dinamiche si attivano in questi tutoraggi?

“Il LEPS P.I.P.P.I. è una trasformazione culturale. Gli operatori dei servizi stanno incominciando a capire che è produrre una buona pratica. È una metodologia, in una parola, è partecipazione. Non c’è nessuno che non partecipa in P.I.P.P.I. È un viaggio che ancora continua, un viaggio di ri-trasformazione, di trasformazione, di evoluzione, per guardare le cose con un altro sguardo” afferma con energia Federica. “Partendo dal Ministero, alla famiglia, al bambino. Perché creare progetti dall’alto è fallimentare, dal basso non sempre incontrano la forza di emergere; in questa modalità tra Università, Ministero, servizi, famiglie ed Enti coinvolti magari ci si incontra a metà strada e si riesce a fare qualcosa di importante” – osserva Elisa. 

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Come si collegano all’impostazione metodologica di P.I.P.P.I.?

“Quello che si trasforma è soprattutto il concetto di come” – sostiene Federica. “Di come si deve venire a creare quella sorta di osmosi tra famiglia e professionista: è da lì che esce poi la soluzione, la cosa nuova.  Ma sicuramente si trasforma anche la capacità di pensare i servizi in modo diverso e anche la capacità dei servizi di pensare le persone in un modo diverso. Persone che possono dirci qualcosa, che hanno una competenza anche del loro dolore, della loro vulnerabilità e anche delle soluzioni. 

Cosa si muove a livello di servizi, famiglie, operatori, bambine e bambini? 

Oggi ho riportato nel tutoraggio una sollecitazione rispetto a questa esperienza che le persone, nel confronto, nel fare la micro-progettazione, si sentano parte di un processo di cambiamento. E quindi non hanno più paura, riescono a dire la verità. Perché la vulnerabilità, finché non ho incontrato P.I.P.P.I., era vergogna. I servizi avevano paura a toccare la vulnerabilità, era tabù, mentre il programma apre all’ingresso anche di altre parole, come la paura, la difficoltà, come la vulnerabilità. Partendo da un punto in miglioramento, grazie al programma, noi siamo arrivati a decodificare e a trovare parole alternative che poi hanno corrisposto ad azioni alternative. Per esempio: “paura che tu mi togli i figli” e invece no, stiamo ritrovando soluzioni alternative, compensative, affinché quel bambino rimanga con la propria famiglia. Ecco il LEPS P.I.P.P.I., anche nei tutoraggi è condividere insieme una direzione, con la responsabilità spalmata su tutti”. 

Cosa è emerso rispetto a questa fase dell’implementazione?

“Occorre dire – rileva Elisa – che in alcuni contesti P.I.P.P.I. arriva come “obbligo” dal Ministero, con i fondi del PNRR, con quasi un’ansia per le responsabilità, il rispetto dei tempi, i target da raggiungere. Allora P.I.P.P.I. viene vissuto anche quasi come un peso, un obbligo, che si aggiunge a tutto il lavoro dei servizi sociali, sempre in emergenza, sottorganico e senza fondi. A Latina, la mia città, anche grazie all’esperienza di Federica, proviamo a implementarlo non come un obbligo o solo perché ci sono i fondi. Oltretutto noi entriamo con i fondi del Fondo Nazionale Politiche Sociali e non con i fondi del PNRR. Proviamo ad avere un respiro diverso nell’applicare il programma, pur restando al passo di rendicontazioni, timesheet, obiettivi, ecc… Ma si porta avanti questo grande lavoro, che è veramente una metodologia, una buona pratica da assumere nel lavoro dell’assistente sociale, del pedagogista, dello psicologo, della scuola, della presa in carico in generale. Tanto è vero che sarebbe un modello da riportare non solo sul Mondo del bambino, sulla famiglia, ma anche sugli adulti, sui disabili, sui senza fissa dimora. Certo c’è un po’ la preoccupazione che cominciamo a sentire rispetto alla piattaforma e alle scadenze, quasi prevale il senso dell’obbligo, del peso, piuttosto che della risorsa”. 

Come si colloca nel panorama più ampio delle politiche sociali?

“Diciamo – rilancia Federica – che P.I.P.P.I. dà proprio questa possibilità per gente come noi che lavora da anni nei servizi sociali. P.I.P.P.I. è una sfida, ci troviamo in un determinato momento storico ad aver incontrato questo cambiamento, questa trasformazione. Ho partecipato a convegni in cui l’Europa veniva ad ascoltare il modello, perché l’applicazione italiana era da esempio. Mi ha tanto inorgoglito, siamo un popolo non abituato a questo. Mi sento fortunata”. 

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“Sì, la sfida è assumere il LEPS P.I.P.P.I.  come una metodologia di lavoro condivisa e farla propria – rinforza Elisa. Parliamo di “rete” ormai da anni. Sembra quasi che non ci sia tutta questa novità. Ma P.I.P.P.I. ha la capacità di fare comunità professionale, scientifica. Comunità vera, all’interno della società. Parlare di famiglie solidali, di famiglie di appoggio, la vicinanza, la prossimità è tornare a pensarci come comunità. Questo è l’apporto più prezioso di P.I.P.P.I. che ti dà la possibilità – come abbiamo fatto oggi – con uno strumento, di vederlo, di riproporlo da varie angolazioni. La rete, sì ne parliamo da vent’anni, ma ancora non riusciamo a creare la rete, la multi-professionalità, la famosa équipe multiprofessionale. Ecco l’opportunità di guardare da prospettive diverse, da altre angolazioni, cercando dove possiamo cambiare”. 

Qual è la componente che non va mai dimenticata?

“A fine marzo 2026 – sostiene Federica – mi aspetto che i servizi si ricordino di tutto questo, delle emozioni, delle partecipazioni, e mantengano vivo questo sapere, questa metodologia. Sento però anche che abbiamo sempre bisogno del Gruppo scientifico dell’Università di Padova che mantiene vive le partiche, fa ricerca, innova per noi. Rispetto alle nuove emergenze, ad esempio, avere la possibilità di conoscere la ricerca, ci dà la possibilità di supportare e di legittimare le nostre azioni. Il Gruppo scientifico ci affianca, accompagna l’evoluzione e in qualche modo assicura l’omogeneità tra le diverse implementazioni; la ricerca collegata alle pratiche è, per così, dire la voce di tutti. Considerato che loro sono disponibilissimi, avere questa possibilità di sentirti dire: “Ci vogliamo confrontare? Avete ricercato qualcosa?” È davvero tanto! Avere dei ricercatori che ti riportano al punto, ti danno gli strumenti. Ci siamo costruiti, co-costruiti! La provocazione è raccogliere la palla. Credo che il programma oggi, così come è strutturato, definisce anche una sostenibilità. Non è solo uno strumento di lavoro, ma la possibilità di sostenere, di sostenerci”. 

(testimonianza raccolta durante il tutoraggio di febbraio a Roma, con Federica pedagogista dell’Ambito LT2 di Latina, in P.I.P.P.I. già dalla quarta edizione, nel 2015 e con Elisa referente territoriale da un mese nello stesso distretto)



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