Guerra Hamas – Israele – LecceOggi

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Oggi è il 511° giorno di guerra

Segue da ieri

Con l’inizio del nuovo millennio la tensione tra Israele e Paesi Arabi tornò a crescere e dopo un incontro negoziale fallito nel luglio 2000 una visita di Sharon alla spianata delle Moschee, luogo storicamente rivendicato dagli arabi e considerato sacro fu interpretata come una provocazione e il 28 settembre ci fu una nuova protesta che diede il via alla seconda intifada, con nuove azioni di guerriglia e attentati terroristici.

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Nel 2014 esplose un vero e proprio conflitto, che causò tra l’altro 100mila sfollati, mentre di una nuova intifada si tornò a parlare nel 2015 a causa di un’altra serie di scontri, che si intensificarono a causa del fallimento di nuovi colloqui di pace e causarono altre vittime.

Si temette una nuova escalation anche nel 2017 quando Donald Trump, al primo mandato presidenziale, annunciò l’intenzione di voler spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Il rischio tornò poi ad alzarsi nel giugno del 2020, quando il premier Benjamin Netanyahu annunciò un piano per annettere le colonie israeliane in Cisgiordania che andava nella direzione contraria a quella intrapresa con gli accordi di Oslo e ostacolava la “soluzione dei due Stati”.

Come in passato, ci furono nuove periodi alternati tra maggiori o minori tensioni con brevi momenti di pace. Nel 2021 si tornò invece a combattere. Questa volta, la scintilla fu il rischio che alcune famiglie palestinesi fossero sfrattate da Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. La guerriglia che ne seguì durò solo undici giorni, provocando più di duecento morti.

Pur senza mai risolvere la questione palestinese, nel 2020 si era tentato di normalizzare almeno i rapporti tra Israele e i Paesi arabi, così, nel settembre di quell’anno Israele, Emirati Arabi e Bahrein hanno firmato i cosiddetti Accordi di Abramo sotto l’egida degli Stati Uniti. Secondo l’allora presidente Donald Trump, quell’accordo segnava “l’alba di un nuovo Medio Oriente” anche perché, per la prima volta, due Paesi del golfo riconoscevano Israele.

Purtroppo nei primi mesi del 2022, a partire da metà marzo, ci sono stati alcuni attacchi terroristici molto ravvicinati ai danni di Israele con le forze israeliane che hanno ucciso tre palestinesi in Cisgiordania sostenendo che fossero armati. Naftali Bennet, ai tempi premier israeliano, invitò gli israeliani a portare in giro con sé armi per difendersi. Scontri violenti con la polizia israeliana sono poi scoppiati anche sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, con centinaia di feriti. Le tensioni hanno portato anche a un nuovo scambio di accuse tra le parti e al bombardamento nella Striscia di Gaza, avvenuto in risposta al lancio di un missile da parte di Hamas.

Si giunge così al 7 ottobre 2023.

Dalla Striscia di Gaza parte un massiccio lancio di migliaia di razzi verso Israele che raggiungono anche Tel Aviv e Gerusalemme. Dietro all’attacco c’è Hamas: che lancia l’Operazione al-Aqsa, per “mettere fine ai crimini” di Israele. Terroristi del gruppo sfondano le barriere erette per separare la Striscia dal territorio di Israele, entrano nei kibbutz, irrompono ad un festival musicale e sparano ai presenti. Diverse decine d’israeliani vengono rapiti e portati a Gaza. Le vittime degli attacchi sono stimate in circa 1.400. Dopo l’attacco, il governo israeliano risponde con un’operazione militare che chiama “Spade di ferro”.

Decine di migliaia di riservisti vengono richiamati nell’esercito e Netanyahu – rieletto primo ministro nel dicembre 2022 – annuncia ai cittadini: “Siamo in guerra e vinceremo”. In molti hanno sottolineato come la debolezza del governo di Netanyahu e le falle nell’intelligence israeliana abbiano aiutato la controparte a sferrare un attacco di cui non si immaginava l’entità.

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Si sospetta che Hamas sia stato supportato da altri Stati, come ad esempio l’Iran (che però ha smentito in via ufficiale il suo coinvolgimento, pur dicendo di appoggiare “orgogliosamente e incrollabilmente la Palestina”). Il conflitto è scoppiato in un momento in cui si è entrati nel vivo nei negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, sempre sotto l’egida degli Stati Uniti e sempre nel contesto degli Accordi di Abramo del 2020.

Guerra aperta tra più fronti

Dopo gli attacchi di Hamas, la risposta di Israele si è concentrata su Gaza, con bombardamenti e successivamente con un’offensiva anche di terra che ha portato a grandi evacuazioni nella Striscia. Israele però non è riuscito a recuperare tutti i suoi ostaggi, punto che ha scatenato ripetute proteste da parte di una fetta della società isrealiana oltre che delle famiglie di chi è prigioniero a Gaza.

Ma nell’ultimo anno ci sono stati anche raid israeliani in Siria e in Cisgiordania. E poi c’è stato il fronte del Libano, con la presenza di Hezbollah nel Sud del Paese: il 30 settembre 2024, dopo giorni di raid aerei, è iniziata l’invasione limitata israeliana. Dura la risposta dell’Iran, da sempre sostenitore di Hezbollah, che ha lanciato centinaia di missili contro i territori israeliani. Il 27 novembre 2024 si è arrivati a un cessate il fuoco tra Israele e Libano, mediato dagli Usa e dalla Francia.

La tregua in corso tra Israele ed Hamas

Il 15 gennaio 2025, dopo lunghe trattative e negoziazioni, è infine arrivata anche una tregua tra Israele e Hamas. L’accordo – che però non è la fine del conflitto locale – è composto da un’intesa in tre fasi, le prime due da 42 giorni ciascuna, con il cessate il fuoco e il rilascio dei primi ostaggi già dal primo giorno. Inoltre l’accordo dovrebbe prevedere un graduale ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Tra i primi 33 ostaggi rilasciati da Hamas ci sono tutti i rapiti ancora vivi.

Sono ora in corso trattative per cercare di prolungare la tregua e giungere ad una pace duratura.

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