di Sara Calini e Elle Biscarini
«Torna tra dieci giorni, ti dicono, ma sono otto anni che questi dieci giorni non passano». È questa la testimonianza di uno dei manifestanti che nella mattinata di giovedì si sono riuniti di fronte alla questura di Perugia per protestare contro le lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Alcuni aspettano mesi, altri anni. Una burocrazia che paralizza le vite, ma anche la collettività e l’economia. ‘Permesso di soggiorno subito’ è il loro grido, il grido di chi lotta non solo per un documento, ma per il diritto di vivere serenamente in Italia.
«Quando è un intero sistema a fallirti, non puoi far altro che mobilitarti per cambiare le cose» dice il gruppo di migranti – con tutte le carte in regola, ci tengono a precisare – che si è riunito di fronte alla questura per manifestare contro la lunga burocrazia a cui deve sottostare chi richiede il permesso di soggiorno definitivo, o il suo rinnovo.
«Torna tra dieci giorni», è quello che si sente rispondere uno tra i più giovani tra quelli che erano in strada. Non dice il suo nome: «Ho paura anche a parlare, magari mi rimandano in Liberia», dice. Ma nel frattempo, racconta che ormai sono otto anni che ripassa dopo dieci giorni. Lui lavora, con contratto regolare, ma si dice fortunato perché non è questo quello che succede a molti altri nella sua situazione. «La cosa più assurda – racconta ancora – è che a volte ti prendono le impronte digitali, tu aspetti uno, due, tre anni. E nulla. Poi ti chiamano per ritirare il permesso di soggiorno, la tessera elettronica, e una settimana dopo è già scaduta e devi rifare tutto daccapo».
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«Questo problema – spiega l’avvocato Francesco Di Pietro, esperto in materia – è diffuso in tutta Italia e a cercare di sanare un po’ la situazione sono solo i giudici che provano ad applicare dei correttivi. In pratica, il Testo unico sull’immigrazione del 1998 dice che per il rilascio del permesso di soggiorno servirebbero massimo 60 giorni. Oggi ci sono diatribe procedurali per stabilire la data dalla quale decorrono questi 60 giorni: da quando faccio domanda alle poste, o da quando mi prendono le impronte digitali in questura? Una domanda che quasi non ha senso quando vedi gente aspettare anche tre anni per un permesso che ha durata di due. La cosa più sensata sarebbe far decorrere la validità dal giorno di rilascio. Sennò quando lo ritiri praticamente devi già ricominciare l’iter».
VIDEO – LE TESTIMONIANZE DI FRONTE ALLA QUESTURA
La ricevuta del permesso di soggiorno, che attesta l’avvenuta richiesta dei documenti di permanenza in Italia, ed è solo in attesa del pezzo di carta ufficiale, non è quasi mai sufficiente, raccontano ad Umbria24. «Non basta né per essere assunti – dice Moussa che viene dal Mali e di fronte alla questura a protestare, è accompagnato dalla compagna italiana e dal loro figlioletto di appena un mese – né per affittare casa, tantomeno comprarla. Non basta, insomma, per costruirsi una vita in questo paese». E lo conferma anche l’avvocato: «Ci sono datori di lavoro che magari vogliono assumerti e metterti in regola, ma vogliono essere certi di non commettere reati. Di sicuro questa situazione di incertezza non agevola le assunzioni».
Moussa è in Italia dal 2013 e si fa portavoce del gruppo di migranti che regge lo striscione con lo slogan ‘Permesso di soggiorno subito’ sul marciapiede di fronte alla questura perugina. È lui a spiegare come questa non sia una lotta ideologica, ma per la sopravvivenza: «Senza il permesso di soggiorno niente si muove. Vai alle agenzie immobiliari e loro chiedono quello, se vuoi aprire un conto in banca non puoi farlo, non puoi richiedere neanche un conto alle Poste. Non ti assumono da nessuna parte senza permesso di soggiorno, non si può sopravvivere così». E la situazione crea «un effetto domino – aggiunge Di Pietro – se non hai un conto in banca come ricevi lo stipendio, se riesci a trovare un lavoro? I ritardi delle questure, poi, creano una valanga anche per quanto riguarda la previdenza sociale: l’Inps ti interrompe assegni di inclusione e pensioni di invalidità senza il permesso di soggiorno ufficiale. Il che appare come una follia perché è come se non fossi più in regola, ma in realtà sei solo in attesa».
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Sono tante le testimonianze di chi è sceso in strada oggi e ha voluto condividere con Umbria24 la propria storia. Puria è uno di questi. Dall’Iran è arrivato a Perugia tre anni fa ormai, ma non ha ancora il permesso di soggiorno. Cosa vuole lui? «Che questa storia che dobbiamo aspettare mesi e mesi, se non anni, finisca. Che chi ha già diritto, perché chi non ha diritto è un altro discorso, non debba aspettare anni e anni e rimanere bloccato». Parla di amici che gli raccontano di come a Firenze sia la stessa cosa: «Sono 19 mesi che aspettano». Le lunghe file fuori dagli uffici immigrazione di via Emanuele Petri, non sono infatti una novità umbra: è la realtà di tante altre città italiane e «sono il risultato di politiche di discriminazione istituzionale» si legge in un volantino dell’Unione sindacale di base e del comitato Perugia Solidale, che hanno aiutato nell’organizzazione del presidio, per «una giustizia sociale che riguarda tutti».
«La situazione negli anni – conclude l’avvocato di Pietro – è diventata sempre più restrittiva. Con l’ultimo decreto flussi del 2025 la cosa è ancora più chiara: in pratica, ora puoi venire in Italia se hai già stipulato un contratto di lavoro prima di venire. E la domanda andava precompilata a novembre 2024. Ma chi è che assume uno straniero da un altro paese praticamente senza sapere chi sia? È ovvio come questo provvedimento mascheri una sanatoria per lavoratori che in realtà stanno già qui in Italia. Le situazioni grigie poi sono tantissime. Non parliamo poi della situazione dei richiedenti asilo: a Perugia c’è un solo giorno dedicato alle richieste di asilo e la questura fa entrare solo i primi in fila. C’è chi dorme nel prato antistante i cancelli, gente che fa la fila per altri, una situazione al limite. Purtroppo per risolvere la questione servirebbe un intervento del legislatore, e soprattutto, la volontà politica».
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