Gli anni Sessanta sono agli sgoccioli quando Yves Saint Laurent dedica una serie di collezioni alla riscrittura, intenzionale e persuasiva, del guardaroba maschile. Lo fa smontando i baluardi tessili della fallocrazia, ricomponendo i pezzi sulle passerelle femminili, e irrorando il tutto con un getto di estrogeni. Sono divenuti iconici i remake saintlaurentiani dello smoking, del trench, del sahara e delle calzature, ora infusi di morbidezze e leggerezze: souplesse e légèrete, avrebbe detto il Piccolo Principe della moda. I termini della riscrittura sono espressi al meglio nella collezione Le Smoking del 1966, poi eternizzata nel 1975 dal fotografo Helmut Newton in rue Aubriot, a Parigi, con un passaggio female-to-male – dal femminile al maschile – volto a depotenziare la formalità dell’abito da uomo. Un ribaltamento di genere tutto a favore del femminile che negli scatti di Newton ha per protagonista una modella in tuxedo e classiche scarpe maschili. Di queste ultime si è dimenticata troppo presto l’importanza. Eppure, si tratta di una fine e più comoda deviazione rispetto alle ballerine in raso e alle décolleté: parliamo delle brogue, le scarpe eleganti maschili per definizione. Dal 1966 al suo ritiro nel 2002 Saint Laurent inserirà smoking e zoccoli in ogni collezione, con una seriosità ingannata dalla presenza di fiocchi, colletti e altre “smancerie”, sempre ad acuire la disobbedienza alla figurina del business man con chioma e scarpe laccate.
Come molti classici dell’armadio – dal jeans al trench, dal bomber ai cargo – agli inizi del loro itinerario verso l’alta moda le brogue sono scarpe umili, in pelle grezza, banalmente funzionali e prive di aspettative estetiche. Il termine deriva dal gaelico bróg, “scarpa”, mentre le sue radici risalgono alla Scozia e all’Irlanda del Sedicesimo secolo. Realizzate in pelle non conciata e caratterizzate da una serie di fori – broguing – per drenare l’acqua nei terreni paludosi, venivano indossate da agricoltori e lavoratori all’esterno. La costruzione robusta, il contrafforte rigido per il tallone e il tacco basso e largo garantivano stabilità a una scarpa che, almeno in origine, aveva come unica prerogativa il comfort. Solo alla fine del Diciannovesimo secolo le brogue, sperimentate dai calzolai in pellami di alta qualità e con fori più elaborati, iniziano ad essere apprezzate dalle classi abbienti dell’Inghilterra. Ora simbolo di status e raffinatezza, abbinate a frac e completi eleganti, nel Ventesimo secolo diventano parte dell’immagine del “galantuomo”.
Nel corso del Novecento sono emerse alcune variazioni sul tema, come la wingtip, con punta estesa e decorazioni a forma di ali sui lati, e la semi-brogue, con punta dritta e fori meno estesi. La vera popolarità risale tuttavia agli anni Sessanta e ai mods (o modernisti): una reazione all’estetica unta e trasandata dei rocker, la subcultura dei mods prevede gli accessori più eleganti in circolazione. Dunque, giacche in mohair, eleganti abiti italiani, polo Fred Perry, scooter Lambretta e scarpe brogue. In una sottile distorsione dei confini, anticipatoria, per certi versi, di quel che Saint Laurent farà più avanti, i ragazzi mods si curano meticolosamente, pettinando i capelli all’indietro, applicando il mascara e lo smalto. Viceversa, le ragazze mods adottano uniformi ‘mascoline’ con cardigan lunghi, blazer e pantaloni a gamba dritta. Ai piedi, però, le stesse calzature: è a questo punto che le brogue fanno il loro ingresso nel femminile.
Un pilastro della moda British dagli anni Venti, di quella internazionale dai Sessanta, le brogue sono tornate con maggior forza sulle passerelle del 2024/2025 in corrispondenza di riflessioni e sfilate-manifesto sui tropi del femminile. L’immagine più inflazionata è stata quella di una femminilità dirigenziale, in smoking o tailleur, blusa con fiocchi ipertrofici o cravatta. Lo stesso Anthony Vaccarello ha proposto, nella sua Primavera Estate 2025, smoking con revers a lancia e bottoni dorati, in tweed, pied de poule o gaberdine. Modelli alternativi sono giunti da Dolce & Gabbana, Helmut Lang, Tom Ford e Giorgio Armani, a conferma che il completo unico maschile non ha più genere e che le scarpe classiche non passano mai di moda. Tale convinzione è stata alla base dell’acquisizione nel 1999 del calzaturificio Church’s nel Northampton da parte del gruppo Prada: da allora l’artigianato britannico, presente e impeccabile, si è associato alla visione di un’inglese “scompigliata”, tra frange, pois, velluti a coste, tweed, felpe, leggings ed estetica athleisure alla Miu Miu. Le Brogue Church’s x Miu Miu presentano suole in gomma modellata, logo in rilievo e un felice dialogo tra “universi estetici differenti”.
Non ci si aspetterebbe uno zoccolo stringato come complemento di mini abiti in paillettes, vestiti in chiffon floreale e gonne tenute su da orli scultorei, eppure tali sono stati gli accostamenti controintuitivi di Jonathan Anderson da Loewe. Brogue in pelle nera o argento metallizzato erano presenti anche da Erdem, a completare abiti robe de style anni Venti. Eccentrici e multi-color gli abiti di Francesco Risso per Marni, a tale visione facevano seguito le brogue bicolore con plateau. In una stagione dominata da trasparenze, lingerie a vista e mélange sportswear, anche Thom Browne ha presentato la sua personalissima versione, robusta e con tacco alto. Avvolta nella nebbia scenografica del fashion show, quella di Sean McGirr per Alexander McQueen era ugualmente pesante e dotata di platform, classica “ma con un tocco in più”.
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