Quali sono gli incentivi per chi sceglie di produrre in Italia


Nulla di paragonabile alle scelte dell’amministrazione Trump per riportare la produzione negli Stati Uniti, ma anche in Italia non mancano i vantaggi fiscali per chi segue la strada del reshoring. Ne abbiamo parlato con Davide Attilio Rossetti, partner e responsabile del dipartimento Tax Advisory dello studio Morri Rossetti & Franzosi.

Quali sono i principali vantaggi fiscali e incentivi che rendono l’Italia attrattiva per le aziende che vogliono riportare la produzione nel Paese?
L’Italia offre una serie di incentivi fiscali pensati per rendere il Paese più competitivo e attrattivo per le aziende che desiderano riportare la produzione all’interno dei suoi confini. Un elemento chiave di queste misure è il regime di reshoring, introdotto dalla recente riforma fiscale, che prevede un abbattimento del 50% della base imponibile Ires e Irap per le società che trasferiscono attività economiche extra-Ue in Italia. Questo incentivo, valido per il periodo d’imposta in corso al momento del trasferimento e per i successivi cinque periodi, mira a favorire il rientro delle attività produttive nel Paese a partire dal 2024. Tuttavia la misura deve ancora essere approvata dalla Commissione europea e potrebbe suscitare questioni relative alla sua compatibilità con la normativa europea sugli aiuti di stato, nonché con i principi di uguaglianza e capacità contributiva, potenzialmente creando disparità tra le imprese che hanno in passato delocalizzato all’estero e quelle che sono rimaste in Italia. Sono inoltre previsti ulteriori incentivi per sostenere lo sviluppo delle attività rimpatriate, quali l’Ires premiale che consiste in una riduzione di quattro punti dell’aliquota Ires per le imprese che investono in beni strumentali 4.0 e 5.0 e che assumono nuovo personale, specifici crediti d’imposta per le aziende che intraprendono la transizione digitale ed energetica o che investono in attività di ricerca e sviluppo. A queste misure si aggiungono quelle volte a favorire il rientro dei talenti attraverso agevolazioni fiscali sui redditi da lavoro, per attrarre soggetti altamente qualificati e contribuire allo sviluppo economico del Paese. 

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Quali sono le principali sfide che un’azienda deve affrontare quando decide di riportare la produzione in Italia?
Le sfide sono diverse. Innanzitutto, il sostenimento di costi di produzione che potrebbero essere più elevati rispetto ad altri paesi, per quanto riguarda sia le materie prime che la forza lavoro. La difficoltà nel trovare manodopera qualificata è un’altra problematica, poiché la disponibilità di competenze specifiche non è uniforme su tutto il territorio nazionale, richiedendo quindi investimenti in formazione continua. Un’altra sfida è la complessità burocratica: le normative relative alla sicurezza sul lavoro, all’ambiente, alla tassazione e alle licenze possono rallentare i processi produttivi e aumentare i costi operativi. Sebbene l’Italia abbia una rete infrastrutturale ben sviluppata, alcune aree potrebbero presentare difficoltà in termini di accessibilità e costi logistici. Anche l’accesso alle risorse finanziarie, pur se supportato da incentivi statali e locali, potrebbe risultare complesso e richiedere un notevole impegno temporale. Inoltre, le aziende devono affrontare la crescente necessità di ridurre l’impatto ambientale e adottare pratiche di produzione sostenibili, il che può comportare investimenti in nuove tecnologie, pratiche ecologiche e una gestione ottimizzata dei rifiuti. Infine, riportare la produzione in Italia richiederebbe un cambiamento culturale all’interno dell’azienda, che potrebbe incontrare resistenze, soprattutto se i dipendenti sono abituati a un sistema produttivo diverso.

Ci sono particolari procedure e adempimenti da seguire?
Le aziende che decidono di riportare la produzione in Italia e che effettuano investimenti significativi (superiori a 15 milioni di euro con ricadute occupazionali importanti) possono presentare un’istanza di interpello all’Agenzia delle Entrate per chiarire il trattamento fiscale da applicare al loro piano di sviluppo, evitando eventuali contestazioni future. Inoltre, le società devono procedere alla valorizzazione fiscale delle attività e delle passività dell’impresa trasferita in Italia al valore di mercato. È importante anche valutare l’eventuale applicazione di una ‘exit tax’ nella giurisdizione fiscale di origine, in relazione all’indennizzo derivante dal trasferimento delle attività. Infine, le società devono aprire una posizione Iva in Italia, eventualmente iscriversi al sistema Vies per le operazioni con operatori esteri, accreditarsi al Sistema di Interscambio (SdI) per la gestione delle fatture elettroniche e considerare l’impatto del valore doganale in caso di futuri trasferimenti all’estero.

Quali settori in Italia stanno beneficiando maggiormente del reshoring?
Negli ultimi anni, per molte aziende i benefici iniziali della delocalizzazione all’estero sono venuti meno, spingendole a rivedere le loro strategie. Infatti l’aumento delle tensioni geopolitiche, una globalizzazione che di fatto non ha mai del tutto interessato tutte le economie del mondo, l’uscita dall’Ue del Regno Unito, la pandemia da Covid-19 e la guerra tra Ucraina e Russia hanno evidenziato le numerose fragilità delle interdipendenze tra le varie economie, impattando direttamente sulla vita delle imprese. In risposta a queste difficoltà, molte imprese italiane hanno accelerato il processo di reshoring, riportando la produzione in Italia. Le attività che più hanno beneficiato di questo fenomeno sono principalmente quelle del settore manifatturiero, con un focus particolare sulla meccanica, l’elettronica e la moda. Questi settori sono stati gravemente colpiti dall’aumento dei costi delle materie prime e del lavoro, nonché dalle inefficienze logistiche, ma traggono vantaggio dalle misure fiscali e dagli incentivi nazionali, che favoriscono gli investimenti in beni strumentali e l’incremento dell’occupazione.

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