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L’intelligenza Artificiale (IA) sta da tempo bussando alle nostre porte e il timore è quello di essere impreparati ad affrontarne le conseguenze. Sappiamo che molte professioni subiranno modifiche e miglioramenti, mentre altre potrebbero forse scomparire del tutto. La vera incognita è capire quante e quali saranno le professioni colpite in entrambi i casi.
Per rispondere a questo dilemma, l’Agenzia federale per l’occupazione di Norimberga ha realizzato il portale Job-Futuromat, liberamente fruibile all’indirizzo job-futurmat.iab.de, attraverso il quale, inserendo una particolare tipologia lavorativa tra le quattromila conosciute in Germania (dati aggiornati al 2023), è possibile tracciare l’evoluzione nel tempo dell’occupazione desiderata o svolta e, al contempo, la misura in cui potrebbe essere automatizzata. Tuttavia, è lo stesso portale a segnalare che l’automatizzazione da sola non dovrebbe essere il criterio decisivo a favore o contro una determinata occupazione, posto che un elevato grado di robotizzazione non è, di per sé, un indice della “disoccupazione tecnologica” (Keynes), ma evidenzia semplicemente che una serie di tecnologie digitali potrebbero essere utilizzate in quel particolare lavoro, al punto da poterne modificare i compiti tipici o attivare un nuovo rapporto simbiotico tra l’uomo e la macchina.
Secondo le stime degli economisti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’IA potrebbe migliorare il 30 per cento delle professioni, ma nei Paesi economicamente avanzati potrebbe eliminare il 33 per cento dei posti di lavoro. Il FMI manifesta preoccupazione per le conseguenze di questa rivoluzione tecnologica e suggerisce strumenti per proteggere l’occupazione, specie in Paesi, tra i quali l’Italia, in cui il grado di preparazione all’impatto con il meteorite IA è più flebile. Ma può davvero essere la leva fiscale lo strumento adeguato per attenuare l’impatto della (cosiddetta) “quarta rivoluzione industriale”? Può essere la robot tax l’argine rispetto all’accantonamento del lavoro umano a beneficio di artefatti tecnologici sempre più gestiti dall’IA?
Tralasciando le proposte di architettura fiscale più banali, tra le quali l’aumento di aliquota IVA, la riduzione della detraibilità IVA o della deducibilità dei costi legati all’acquisto di macchine intelligenti, così come la contrazione di agevolazioni fiscali concesse agli investimenti aziendali in robot (come in Corea del Sud), quelle sempre più spesso oggetto di analisi sono, da un lato, le tasse sul possesso degli automi e, dall’altro, una sorta di imposta pigouviana sulle esternalità negative connesse alle emissioni inquinanti dell’automazione: con un approccio diverso e con conseguenze di mercato per nulla identiche, si parla anche di sussidi pigouviani, erogati dalle autorità governative ai soggetti che generano esternalità positive, generando una riduzione dei costi medi di produzione. Entrambe le soluzioni (ammesso lo siano) scontano però la critica della dottrina, la prima (tassa di possesso) perché “… sebbene di facile applicazione, potrebbe rivelarsi iniqua in quanto prescinderebbe sia dal valore del robot sia dalle utilità che può offrire a chi se ne avvale” (F. Uricchio), la seconda (quella ideata da A.C. Pigou) perché richiederebbe nel tempo un costante monitoraggio legato al mutevole bilanciamento degli effetti positivi e negativi che l’automazione inevitabilmente reca con sé.
Invece, in una prospettiva davvero futuristica (ma, in fondo, non lo era anche l’ambientazione nel 2019 di Blade Runner?), è stata ipotizzata una robot tax che incide il salario ipotetico attribuibile all’umanoide. Circostanza che però richiederebbe il riconoscimento di una autonoma personalità giuridica, che peraltro si renderà (forse) necessaria anche rispetto al tema della responsabilità connessa alla completa automazione decisionale dell’intelligenza artificiale e delle macchine da essa gestite. L’idea, partorita nel 2017 dal prof. Xavier Oberson, è stata di recente rimbalzata da Bill Gates, condividendo il principio in base al quale i robot dovrebbero essere tassati come lavoratori umani in base al valore del loro lavoro, appunto.
I detrattori di una simile tassazione sostengono che dovrebbero essere tassati i profitti e non i mezzi per realizzarli (Joe Gemma, Presidente della Federazione Internazionale di Robotica), posto che le ricerche mostrano che l’automazione in realtà si traduce in un saldo fiscale positivo per i sistemi sociali. I compiti ripetitivi o pericolosi vengono sostituiti dai robot industriali, portando alla creazione di nuovi lavori più sicuri, più qualificati e con redditi più elevati che aumentano i contributi pensionistici. Secondo altro orientamento, invece, dalla contrazione dell’occupazione si genera una perdita dalla riduzione dei contributi previdenziali, di gettito derivante dalle mancate imposte sui redditi, sui consumi (per la riduzione di ricchezza disponibile), contrapposta al probabile aumento della spesa pubblica per gli ammortizzatori sociali da destinare ai disoccupati, con delicate questioni anche in ordine alla futura tenuta del sistema tributario e previdenziale (F. Uricchio).
In ogni caso, pur volendo ritenere valida una futura robot tax, si pongono questioni di legittimità costituzionale e di diritto tributario in ordine tanto alla capacità contributiva di una entità robotica (supponiamo pure) giuridicamente esistente, quanto alla misurazione di una nuova ricchezza, che deve essere altra e diversa rispetto a quella generata dall’azienda che utilizza i robot. Ma, soprattutto, potranno essere tassati soggetti passivi “nei confronti” dei “quali il presupposto dell’imposta si verifica in modo unitario e autonomo” (ex art. 73, comma 2, TUIR).
Mentre se ne parla e se ne scrive, il futuro ci respira sul collo, l’IA è già strumento che condiziona le nostre vite e collabora ai nostri lavori. Il diritto è sempre più lento della tecnologia e quando arriva rischia di essere una schiumarola che ha la pretesa di svuotare un oceano.
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