L’idea di un chimico sassarese: «La liquirizia per conservare i cibi»

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Sassari Il metodo di conservazione del cibo più antico del mondo prevedeva il sale. Carne, pesce, verdure, finiva tutto sotto cumuli di sale per evitare che andassero a male. Nel futuro si userà la liquirizia. Futuro prossimo, «a metà 2026 saremo sul mercato». Per ora aziende di Asia e Sudamerica hanno drizzato le antenne verso Alkelux.

«È un additivo antimicrobico naturale per conservare più a lungo i cibi», lo presenta fiero Matteo Poddighe, 33 anni, sassarese, ideatore della startup che punta a combattere gli sprechi alimentari. Gli esiti di uno dei primi test, Matteo li ha fotografati: a sinistra una fragola dopo tre giorni in una confezione tradizionale. Deformata e ricoperta di muffa. A destra una fragola dopo otto giorni in una confezione con Alkelux. Perfettamente intatta.

«Alkelux è una polvere sottilissima, se dispersa nei polimeri della plastica risulta invisibile e inodore – spiega il chimico, fondatore della startup da giugno 2024 società a tutti gli effetti – e ha la capacità di produrre un effetto-barriera per ossigeno e acqua».

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Tutto nasce dalla curiosità di uno studente. Con due laurea in scienze chimiche ed esperienze fuori dall’isola, Poddighe porta avanti un dottorato di ricerche in Scienze e tecnologie chimiche sullo sviluppo di materiali per contrastare il covid. Qui «mi imbatto in una molecola contenuta nella liquirizia, a riguardo ci sono pochissimi articoli scientifici». Approfondisce per conto suo fuori da aule e laboratori. Individua un settore che ben si presta: gli scarti di lavorazione della liquirizia, «è interessante anche in ottica di economia circolare». Tra 2021 e 2022 Alkelux si mette in moto, gli esperimenti funzionano. «Un packaging con questo additivo può conservare i cibi fino a 8 o 9 giorni di più». A dare una spinta è stata la collaborazione con Relicta, società sassarese ormai in rampa di lancio con le sue bio-plastiche create da scarti di pesce.

Nell’ultimo anno Alkelux ha ricevuto il riconoscimento di FoodSeed, adesso si procede verso la certificazione europea che permetterà di vedere il nanomateriale ricavato dallo scarto della liquirizia («e senza l’uso di metalli») nei supermercati. Il team si è allargato, con Matteo Poddighe si occupano di tutti gli aspetti scientifici ed economici Davide Sanna, Carlo Usai ed Emina Bilanovic.

Il dialogo con le aziende, facilitato dall’interesse dell’esperto Marco Scatto, sta proiettando la società sarda su scenari importanti. Il primo interesse è per il mercato ortofrutticolo, «ma sarebbe interessante spostarci sul pane». Il ricercatore fa l’esempio delle confezioni di pane a fette che ogni giorno troviamo sugli scaffali: «Attualmente viene spruzzato l’alcol etilico sul pane nell’ultima fase del confezionamentto, così da mantenere l’atmosfera e impedirne il deterioramento. Noi andiamo ad agire sull’imballaggio, non sopra il cibo». Con una polvere nera che diventa però impercettibile a occhio nudo, invisibile, aggrappata alle plastiche delle confezioni, e che concede vita ancora più lunga al cibo che portiamo a casa. Senza fretta di dover mangiare tutto e subito.

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