Cinque anni fa il primo caso di Covid. Barbone: “Ora abbiamo strumenti per evitare nuove pandemie”.

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Altre pandemie sono possibili in futuro, favorite dalla facilità degli spostamenti umani e dal cambiamento climatico. Tuttavia abbiamo le tecnologie per combatterle, purché ci sia collaborazione tra i paesi del mondo. In questo le guerre costituiscono un pericolo. Ad affermarlo è Fabio Barbone, facendo il bilancio del Covid a cinque anni dal primo caso in Friuli-Venezia Giulia, verificatosi il 29 febbraio 2020, e guardando al futuro.
Attualmente docente di Epidemiologia all’Università di Trieste, durante la pandemia ha guidato la Task force anti Covid del Friuli-Venezia Giulia.

Professor Barbone, a cinque anni di distanza, come valuta la risposta che è stata data alla pandemia in Friuli-V.G.? Quali successi e quali errori ci sono stati?

«Sicuramente il lockdown anticipato, deciso dal presidente della Regione nel 2020, ha praticamente evitato la prima ondata, quella di marzo-aprile 2020, con l’eccezione di alcune gravi situazioni verificatesi in alcune case di riposto del Friuli e della Carnia. È stata ben organizzata anche la distribuzione della prima e seconda dose dei vaccini. Non è andata bene, invece, la somministrazione della terza dose, nell’estate del 2021, perché di fatto abbiamo atteso le decisioni del Governo. Per questo abbiamo avuto un autunno 2021 molto pesante. Un’altra cosa che non ha funzionato benissimo sono stati i nostri sistemi informativi regionali. All’inizio il personale dei dipartimenti di Prevenzione non aveva “cruscotti” epidemiologici informatizzati per capire cosa stava succedendo».

Ora questo problema è stato superato?

«Sì, abbiamo creato un ottimo sistema. Un altro problema che abbiamo avuto allora è quello della privacy: potevamo lavorare solo sull’età delle persone, ma non avevamo informazioni sulle loro malattie. Questo ha rallentato moltissimo tutte le indagini epidemiologiche. E purtroppo si tratta di un problema che esiste ancora».

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Negli anni di pandemia ogni giorno stavamo con il fiato sospeso per il bollettino dei posti letto di Terapia intensiva occupati. Oggi ne avremmo a sufficienza?

«La nostra sanità in generale soffre della mancanza di posti letto. Negli ultimi vent’anni gli “economisti” ci hanno detto che è necessario tagliarli per evitare il fallimento. Cosa che potrebbe andare anche bene se in alternativa ci fosse una strutturata attività sul territorio. Nel 2020 ci siamo trovati con pochi posti letto in generale, pochi operatori sanitari e pochi posti nei reparti di urgenza ed emergenza. Quanto vissuto allora ha portato ad una maggiore consapevolezza. Tutti ora sappiamo che bisogna fare filtro prima di portare le persone in Pronto Soccorso e ricoverarle. Venendo alla sua domanda, non avendo un ruolo di responsabilità in questo momento, non so esattamente quanti posti letto sono stati sviluppati né quanti operatori sono in servizio con esperienza per gestire, ad esempio, le Terapie intensive».

Cosa ci ha insegnato la pandemia?

«Abbiamo imparato l’importanza di una buona comunicazione, efficiente, che però non dev’essere neppure troppa, per evitare di creare bande di tifosi dell’una o dell’altra parte».

Cosa che nella pandemia non sempre ha funzionato.

«Talvolta è vero. Da parte mia ho cercato di stare lontano da questi atteggiamenti. C’è poi un’altra cosa importante che abbiamo imparato».

Ovvero?

«Che è fondamentale cooperare tra paesi, così da implementare le conoscenze scientifiche, mettere insieme le capacità tecnologiche. Mi riferisco alla capacità di monitorare un’infezione, ad esempio, o di sviluppare un nuovo vaccino efficace. Questo è avvenuto anche se le conoscenze non sono state messe a disposizione in maniera uguale di tutti».

Ora sono stati fatti dei passi avanti?

«Il monitoraggio è abbastanza buono, anche la capacità di diagnosi è migliorata. Però la possibilità di vaccini a disposizione di tutti non c’è, a causa di questioni di brevetti e di soldi. Inoltre la pandemia ci ha insegnato anche che solo una forte sanità pubblica può affrontare una pandemia. Questo perché essa richiede risorse – sia finanziarie che di personale – immediate e concentrate in pochissimo tempo, cosa che solo la sanità pubblica può fare. Devo dire che attualmente abbiamo un grosso problema di personale competente. In particolare, come sappiamo, ci sono gravi carenze nelle specialità più difficili, come il Pronto soccorso e le Terapie intensive. Queste figure devono essere assolutamente incentivate. Inoltre, è necessario che nessun territorio o nessuna categoria di persone sia lasciata indietro. Anche questo ce l’ha insegnato la pandemia. Un bambino infetto, povero, che vive in una zona interna o in una periferia dimenticata può trasformarsi in poche ore in un focolaio di anziani benestanti, ma fragili che vivono in centro città».
Come valuta il nuovo piano pandemico?
«Mi pare che ci sia un tentativo di ridurre l’enfasi sui vaccini e aumentare, invece, quella sulla libertà di scelta da parte delle persone. Non ne do un giudizio negativo. L’importante è che il piano ci sia e venga utilizzato per creare direttive chiare e comprensibili da attuare».

È notizia dei giorni scorsi che a Wuhan è stato individuato un nuovo coronavirus nei pipistrelli che può trasferirsi sull’uomo. Quando potrebbero ricapitare altre pandemie, anche non da Covid?

«Non sono bravo a predire il futuro. Certo è che i cosiddetti “spillover”, ovvero i passaggi dall’animale all’uomo avvengono. Più gli animali selvaggi sono vicini agli animali domestici e più gli animali selvaggi e domestici sono vicini agli esseri umani, più il virus o il batterio tendono a moltiplicarsi. Sicuramente due grandi cambiamenti globali sono una minaccia: da un lato la straordinaria rapidità della mobilità delle persone, anche a basso costo, dall’altro il cambiamento climatico, che comporta la sopravvivenza dei vettori per le patologie, non solo il Covid, ma anche altre, dalla Dengue alla malaria. Quindi è assolutamente plausibile che ci siano nuove pandemie. Per questo è necessario mantenere un sistema di monitoraggio molto accurato. Sicuramente le tecnologie attuali ci consentono di riconoscere la genetica di tutti questi agenti nel dettaglio più estremo. Anche noi a Trieste facciamo sequenziamenti dei geni di tutti i virus con tecnologie inimmaginabili fino a pochi anni fa. Quindi se il rischio di nuove pandemie c’è, allo stesso tempo abbiamo talmente tanti strumenti a disposizione che siamo in grado di evitarle. Questo, ovviamente, se i paesi collaborano. Se invece si fanno le guerre, se non ci si parla, il danno potrebbe essere molto grave».

Stefano Damiani



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