Il senso di Benjamin Netanyahu per la guerra

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di Enrico Tomaselli – 27/02/2025

Fonte: Giubbe rosse

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Fondamentalmente, lo stato ebraico è intimamente connesso all’idea della guerra, che ne costituisce non solo l’atto fondativo ma anche lo strumento attuativo del disegno sionista. Non certo per caso, è l’unico stato al mondo che non ha una definizione precisa dei propri confini; ciò infatti è funzionale alle mire espansionistiche che puntano alla costruzione del Grande Israele, esteso su gran parte delle terre arabe, e non soltanto sulla Palestina. Ovviamente questo disegno rappresenta un obiettivo ultimo, che lo stato ebraico persegue quando e come se ne presenta l’opportunità, ma che resta valido anche quando apparentemente non si manifesta.
C’è, inoltre, un ulteriore elemento che rende così salda la connessione tra il sionismo e la guerra: le élite sioniste, infatti, e più in generale gli israeliani intellettualmente onesti, ben sanno che lo stato ebraico rappresenta un corpo estraneo in Terra Santa, anche se ovviamente ritengono di avere comunque un diritto divino a restarvi, e pertanto sono consapevoli che queste estraneità non cesserà mai di produrre reazioni di rigetto, rispetto alle quali la guerra è – appunto – la sola risposta possibile.

Come sempre avviene nei processi storici, elementi diversi, riflettendosi reciprocamente, hanno portato ad una esasperazione di questa caratteristica. La condizione di perenne insicurezza, determinata appunto dal non venir meno del rigetto da parte araba, ha determinato un crescente radicalizzarsi della popolazione israeliana, soprattutto di quella parte più attivamente impegnata nel movimento colonizzatore, portandola a sostenere le forze di destra ed estrema destra, sostenitrici di fantomatiche soluzioni finali del problema palestinese. Ovviamente ciò ha portato ad un ulteriore inasprirsi del conflitto, piuttosto che avvicinarne una soluzione qualsiasi, creando così un meccanismo che si autoalimenta.
Questo processo era già in atto da anni, ma l’attacco portato dalla Resistenza palestinese il 7 ottobre 2023 (che a sua volta ne è conseguenza) ha impresso una significativa accelerazione, determinando una situazione assolutamente nuova. Se, infatti, storicamente lo stato ebraico ha avuto un rapporto oscillante con la guerra, alternando fasi di conflitto cinetico, anche molto aspro, a fasi di relativa calma, con l’operazione Al Aqsa Flood è entrato in uno stato di guerra permanente.

Da un certo punto di vista, è come se la leadership israeliana avesse colto l’essenza strategica del 7 ottobre (tale probabilmente persino al di là della consapevolezza palestinese), ovvero che quella operazione militare non soltanto frantumava l’idea della invincibilità dell’IDF e dei servizi segreti – meticolosamente costruita lungo decenni – ma rappresentava una minaccia esistenziale per il progetto sionista in sé. Costituendo un punto di non ritorno, e quindi una sfida strategica, ha spinto i leader israeliani a rispondere nell’unico modo che conoscono, e che – per una coalizione sostanzialmente estremista come quella che governa a Tel Aviv – è anche pienamente coerente con l’impianto ideologico delle forze che la compongono. Lo stato ebraico, quindi, esce dalla fase storica in cui ha modulato la sua politica di difesa-espansione, alternando guerre e ricerca di stabilizzazione, per entrare in una fase in cui la guerra diventa l’unico strumento disponibile (e concepibile) per cercare di contenere il rigetto da parte delle popolazioni autoctone. Non è più lo stato di eccezione, ma la condizione normale dell’essere.

Le particolari condizioni politiche, quali si sono storicamente determinate, fanno inoltre sì che la guerra sia vista non soltanto come ineludibile condizione per la sopravvivenza dello stato, ma anche come condizione per il mantenimento di uno status quo di potere all’interno dello stato, e che non è semplicemente la tenuta di una maggioranza parlamentare, ma – molto più significativamente – un ampio e diffuso intreccio di interessi, strettamente legato alle spinte colonizzatrici nella Cisgiordania, all’amministrazione militare della stessa, ai settori religiosi integralisti (cui la maggior crescita demografica attribuisce un crescente potere politico).
La guerra, quindi, diventa anche strumento politico interno, e svolge una funzione equilibratrice nell’ambito delle dispute tra diversi pezzi della società.
Il paradosso è che, mentre diventa sempre più l’unico orizzonte preso in considerazione dalle leadership politiche, emerge con crescente chiarezza la sua assoluta inadeguatezza a fronteggiare i problemi per i quali la si invoca.

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Ad essere più precisi, sono le forze armate israeliane – e più in generale l’intera società – a non essere più in grado di affrontare le forze di opposizione esterne. Se, infatti, dalla guerra del 1948 all’operazione Piombo Fuso (2008/2009), l’esercito dello stato ebraico ha sempre condotto (vittoriosamente) guerre simmetriche – contro stati arabi – ed asimmetriche – contro la Resistenza palestinese – si trova ora in una condizione doppiamente imprevista e difficile: deve infatti misurarsi sia con forme di guerriglia, sia con forze militari statuali, sia con forme ibride di opposizione armata, e tutte contemporaneamente. Questa situazione, che a sua volta riflette importanti mutamenti avvenuti nel quadro internazionale, è assolutamente destabilizzante per lo stato ebraico, non solo per la simultaneità delle diverse sfide, ma anche perché ha messo in luce l’incapacità di prevalere anche soltanto su una di esse.
Il 7 ottobre, anche sotto questo profilo, ha rappresentato un punto di svolta, oltre il quale è divenuta manifesta la fine della deterrenza e della supremazia militare dello stato ebraico.

È difficile dire se l’IDF poteva vincere o meno la guerra contro la Resistenza palestinese, all’indomani dell’operazione Al Aqsa Flood. In termini politici, cioè eradicando Hamas e le altre formazioni dal tessuto sociale di Gaza, probabilmente no. In termini militari è ragionevole pensare che, se avesse condotto la guerra in modo diverso, avrebbe potuto conseguire risultati migliori, evitando una plateale sconfitta e la riprovazione mondiale (esclusa quella dei governi occidentali, ma inclusa quella delle popolazioni).
In realtà, sia pure in forme meno evidenti, era chiaro da tempo come l’esercito israeliano non avesse più la capacità di soverchiare gli avversari. La stessa crescita militare di questi ne era la controprova. Già nel 2006, quando fu tentata l’ennesima invasione del Libano, lo scontro con le milizie sciite di Hezbollah (allora assai meno potenti di quanto non siano diventate in seguito) si risolse in uno smacco clamoroso, segnalando appunto questa perdita di efficacia.

Essenzialmente, infatti, l’idea fondamentale su cui si è costruita la dottrina militare dello stato ebraico è sempre stata quella della deterrenza attraverso il terrore: imporre ai nemici delle periodiche lezioni, assolutamente brutali e sproporzionate, tali da dissuaderlo lungamente dal rialzare la testa. Come è evidente, questo genere di approccio non punta a cercare una soluzione alle cause del conflitto, ma a riaffermare il predominio militare. Cioè istituzionalizza la guerra, ne fa il fattore centrale delle relazioni con i paesi vicini – e, ovviamente, con la popolazione palestinese.
È insomma una dottrina che riconosce l’impossibilità di una vittoria definitiva, e che fa però affidamento sulla superiorità bellica per contenere il nemico.
Quando scatta la reazione all’attacco palestinese del 7 ottobre, quindi, c’è sicuramente una componente irrazionale, un misto di rabbia per essersi fatti cogliere di sorpresa e di desiderio di vendetta (che, oltretutto, poggiano su un substrato intriso di presunta superiorità razziale); e questo ha determinato una scarsa razionalità operativa. Ma c’è sicuramente anche un problema strutturale, quasi culturale, nel determinare le modalità dell’azione bellica.

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L’IDF, a Gaza, agisce quindi facendo esattamente ciò che non va fatto, e non facendo ciò che dovrebbe. Ci sono centinaia di volumi sull’impatto pressoché nullo, in guerra, degli attacchi massicci contro la popolazione civile. E sul fatto che, semmai, favoriscono il rinsaldarsi del legame tra questa ed i combattenti; soprattutto nel caso di formazioni di guerriglia. I bombardamenti a tappeto, lo sterminio consapevole (e rivendicato) dei civili, quindi, nasce dall’odio verso i palestinesi (perché la loro stessa esistenza è di ostacolo al realizzarsi del disegno sionista, perché sono considerati untermensch, perché hanno osato attaccare), ma rifugge da qualsiasi calcolo militare. E anche quando le truppe israeliane entrano nel territorio, non adottano l’unica tattica che avrebbe avuto un senso, in quelle condizioni operative. Perché fanno affidamento su fattori che, invece, hanno già mostrato di non essere più efficaci.

Nonostante i proclami di guerra ad oltranza, sia lo stato maggiore che il governo pensano di poter liquidare la Resistenza nel giro di qualche mese; del resto, lo stato ebraico non ha mai affrontato guerre di lunga durata, e non è attrezzato – sotto ogni punto di vista – per farlo. Nella convinzione di far pesare l’enorme quantità di esplosivo sganciato sulla Striscia, nonché la propria supposta superiorità bellica e tecnologica (primo uso massivo dell’AI in un conflitto bellico), l’IDF ha scelto una tattica basata sulla minimizzazione delle perdite. Che però si è – prevedibilmente – rivelata inadeguata.
Dato il contesto, avrebbe dovuto procedere attraverso la parcellizzazione del territorio, e la sua progressiva bonifica. Suddividere l’intera area della Striscia in quadranti, ed investirli in successione, isolandoli dal resto del territorio, e saturandoli con la propria presenza militare. Impegnare i combattenti palestinesi, identificare gli sbocchi della rete di tunnel e demolirli, sino alla completa ripulitura del quadrante; solo a quel punto passare al successivo, mantenendo un presidio sulle aree bonificate.

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Questa modalità operativa, però, richiede tempo, e comporta un elevato rischio per le forze di terra, che devono essere impiegate massicciamente. Sia il governo che l’esercito israeliano hanno ritenuto che questo prezzo fosse insostenibile, e che comunque fosse possibile conseguire i risultati desiderati anche procedendo in maniera molto più sommaria. Ma in realtà è sempre preferibile una vittoria pagata a caro prezzo, piuttosto che una sconfitta, sia pure contenendo le perdite.
I fatti hanno dimostrato che è impossibile piegare la realtà ai propri desideri. La guerra è comunque durata a lungo – la più lunga mai combattuta dallo stato ebraico – e non è stata vinta.
Anche l’ultima invasione del Libano è valsa a provare la prevalenza della realtà. Nonostante l’esperienza fallimentare del 2006, infatti, e pur nella consapevolezza di combattere contro un avversario assai più forte di quello di allora, l’IDF ha replicato il medesimo modus operandi. Ottenendo, prevedibilmente, risultati peggiori.

Sia a Gaza che in Libano, ha cercato di conseguire i propri obiettivi facendo prevalentemente affidamento sulla sola arma che assicura il predominio pressoché assoluto, e la quasi assoluta certezza di non contare perdite: l’aviazione. Che però non è mai di per sé risolutiva, men che meno quando si combatte contro formazioni che non impegnano battaglie frontali, ma prediligono la tattica delle imboscate, sfruttando la propria padronanza del terreno. Il risultato in entrambe i casi è stato una poderosa devastazione delle infrastrutture civili, con perdite anche gravi tra la popolazione, ma un impatto militare assai limitato. Ovviamente, stante una tale disparità nella capacità di fuoco, è del tutto naturale che le formazioni combattenti nemiche abbiano subito perdite, anche importanti. Ma queste non sono mai state significative. Non hanno cioè mai consentito il prevalere delle forze sul terreno, né il conseguimento degli obiettivi strategici.
A controprova, sia per quanto riguarda il conflitto libanese, sia per quanto riguarda quello di Gaza, ad un certo punto è stato necessario addivenire ad un cessate il fuoco, che non avrebbe alcun senso se una delle parti stesse prevalendo, o addirittura avesse vinto.

Certo, soprattutto per quanto riguarda Gaza, una grande importanza l’hanno avuta le pressioni messe in atto dalla nuova amministrazione USA. Ma queste hanno avuto un peso nella misura in cui il prolungato conflitto ha messo in evidenza un fattore cruciale, ovvero l’assoluta dipendenza dello stato ebraico dagli Stati Uniti. Che non è più soltanto una questione di aiuti economici, di supporto di intelligence, o di fornitura di armi e munizioni, ma ormai si manifesta nella forma di una dipendenza dal coinvolgimento diretto statunitense nella difesa attiva. La rilevanza delle pressioni USA è insomma il riflesso della debolezza militare israeliana.
E comunque, al di là di queste pressioni, è chiaro che i due cessate il fuoco rispondono anche, e non secondariamente, all’esigenza di non pagare un prezzo troppo elevato (in senso ampio, militare sul campo, ma anche politico ed economico nel paese).

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Ad ulteriore conferma che si è trattato di una scelta di necessità, comunque fatta obtorto collo, c’è il fatto che in entrambe i casi i termini degli accordi – comunque sottoscritti – stanno stretti a Tel Aviv, che infatti li sta violando ripetutamente. Segno che quei termini ha dovuto accettarli, salvo poi, appunto, cercare di eluderli, contando ancora una volta sulla copertura statunitense.
Ma, come si diceva all’inizio, la guerra è ormai divenuta una modalità standard per lo stato ebraico, che ne abbisogna non soltanto per tenere comunque a bada le innumerevoli pressioni militari ai confini, né per evitare uno sfilacciamento della maggioranza di governo, ma letteralmente per evitare l’implosione della società israeliana e, in ultima analisi, dello stesso progetto sionista.
Ed è questa la ragione per cui, forse persino più delle mai sopite spinte espansionistiche, l’attuale politica israeliana è focalizzata sulla perpetuazione dello stato di guerra.

Tutto, infatti, sembra venire predisposto in vista di una eternizzazione del conflitto.
C’è, con grande evidenza, il tentativo – ancora una volta rivendicato – di gazawizare le città della Cisgiordania. Jenin, Nablus, Tulkarem, sono investite pesantemente dalle forze israeliane, che sono tornate a dispiegare qui i carri armati, dopo quasi vent’anni. Assedio ai campi, bombardamenti aerei mirati, demolizione di case, deportazioni di massa (già 40.000) e, ovviamente morti e feriti in quantità. Qui si focalizzano gli appetiti dei coloni e dell’estrema destra sionista, coloro che parlano di stato di Giudea e Samaria in contrapposizione allo stato ebraico, considerato troppo debole con i palestinesi… E qui, ovviamente, si concentrano i tentativi di espansione territoriale, favoriti dalla lunga amministrazione militare su questi territori occupati, dalle leopardizzazione degli insediamenti palestinesi (frammentati ed isolati dalle colonie ebraiche, e dalla rete stradale esclusiva che le collega), oltre che dall’indulgenza statunitense nelle appropriazioni illegali.

In Cisgiordania sperano di ottenere la rivincita rispetto a Gaza. E poi anche qui, nella Striscia martoriata, non rinunciano a coltivare l’idea di riprendere il conflitto, nonostante l’opposizione americana, e nonostante l’evidente incapacità di vincerlo. Ogni singolo mossa fatta dal governo israeliano sembra concepita per creare le condizioni che portino alla riapertura della guerra guerreggiata.
Così in Libano, dove dopo due rinvii unilaterali del ritiro, l’IDF ha deciso di restare comunque in territorio libanese in cinque punti diversi, strategicamente disposti lungo il confine. Esattamente come fu col mantenimento dell’occupazione della fattorie Sheeba (a seguito del cessate il fuoco del 2006), in violazione della risoluzione ONU, e che ha dato motivo alla Resistenza libanese di mantenere acceso il conflitto. O come sta accadendo in Siria, dove all’ormai storica occupazione illegale delle alture del Golan, a seguito della caduta di Assad l’IDF ha esteso la sua presenza militare in territorio siriano (dopo aver distrutto con attacchi aerei gran parte delle armi dell’ormai disfatto esercito di Damasco) a buona parte del sud, fortificando alcuni punti strategici, e cercando di creare le premesse per la creazione di una regione-cuscinetto sotto il proprio controllo, facendo leva su presunte necessità di difendere le popolazioni druse. Il tutto ovviamente nel complice silenzio di tutto l’occidente, così come dei tagliagole insediatisi a Damasco.

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Anche qui, e con tutta evidenza, non c’è soltanto la vocazione all’espansione territoriale, né il semplice cogliere un’opportunità, né tantomeno presunte esigenze di difesa; si tratta piuttosto di un consapevole porre le premesse per un altro conflitto.
E ovviamente sullo sfondo – ma neanche tanto – resta il conflitto con l’Iran, nel quale lo stato ebraico spera sempre di trascinare gli Stati Uniti. Questo è anzi il fronte principale, e – nel processo di ucrainizzazione in atto – rappresenta quel che la Russia è per Kiev. Nell’immaginario israeliano, Teheran è la capitale del male, e la sola minaccia che viene percepita come esistenziale. Del resto, non solo la Repubblica Islamica ha avuto la sfrontatezza di sfidare lo stato ebraico, e di colpirlo per ben due volte (mandando in frantumi la sua deterrenza), con una terza che continua a pendere come spada di Damocle, ma è stata anche all’origine della straordinaria intuizione strategica dell’Asse della Resistenza, la creazione del generale Soleimani, che ha prodotto così tanti problemi a Tel Aviv.

Da questa stagione bellica, lo stato ebraico esce se non con le ossa rotte comunque assai malconcio. La leadership quasi ventennale di Bibi Netanyahu lo ha portato ad un punto di non ritorno, e gli ha fatto imboccare una strada che non contempla più alcuna soluzione che non sia la guerra; una guerra che però non è in grado di raggiungere alcuna soluzione. Ormai la spirale è difficilmente reversibile perché, benché Bibi ci abbia messo molto di suo, in fondo non è che l’espressione di una società consumata dal suo interno, e che si illude di sopravvivere ancora un po’ alimentando il fuoco di una ostilità senza tempo e senza confini.
Lo stato ebraico è più debole che mai, sia militarmente che politicamente, e sta per entrare in una nuova fase storica mondiale che, inevitabilmente, ne relegherà ai margini la rilevanza strategica.
Ben presto, il Medio Oriente potrebbe scoprirsi ridotto ad area liminale, comunque non più cerniera tra mondi in conflitto. Quella che si apre è probabilmente una fase di transizione, non sappiamo ancora verso cosa, ma quel che è certo è che lo stato ebraico la sta affrontando con una visione strategica invecchiata malamente.





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