Dove nessuno vuole guardare – Jamal Mahjoub

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Le immagini del telegiornale sono ancora più sconvolgenti perché quei posti mi sono familiari. Mostrano le strade di Khartoum, la capitale del Sudan, che percorrevo da bambino. Lo zio Moneim mi prendeva per mano e mi portava in giro orgoglioso, per farmi conoscere il quartiere. Ci fermavamo al negozietto all’angolo, dove mi regalavano le caramelle, oppure andavamo dall’uomo che teneva le capre. Mentre lo zio faceva due chiacchiere, io accarezzavo le loro orecchie morbide.

A volte passavo il fine settimana a casa di mia nonna, nella zona nord di Khartoum. A quel tempo era un posto semplice, di case con pareti d’argilla e servizi igienici rudimentali. La nonna e le zie cucinavano su stufe ricavate da vecchie latte. I letti erano all’aperto, in giardino, e io mi addormentavo sotto il cielo stellato, mentre ascoltavo le donne che parlavano sottovoce.

Nel servizio televisivo spiegano che ora quella parte di Khartoum è stata liberata dall’esercito sudanese. Sembra un inferno: auto carbonizzate e muri crivellati dai proiettili, il terreno bruciato è cosparso di macerie e di crateri di bombe. Gli abitanti sconvolti raccontano di essere stati terrorizzati da uomini armati di fucili, le Forze di supporto rapido (Rsf), che hanno compiuto nella capitale le stesse atrocità commesse vent’anni fa nella regione occidentale del Darfur. Gli abitanti non hanno garanzie che la pace durerà, ma sono visibilmente sollevati dopo un anno di maltrattamenti, minacce, stupri e omicidi. I paramilitari delle Rsf hanno preso con la forza tutto quello che volevano, uccidendo chiunque li ostacolasse. Com’è potuto succedere? Perché la legge e l’ordine pubblico, in quella che un tempo era una nazione relativamente ben funzionante, hanno subìto un simile collasso? In realtà, i segnali erano presenti da decenni, evidenziati dalla follia che avanzava a ritmo serrato senza che nessuno se ne assumesse la responsabilità.

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Nei primi mesi della guerra civile scoppiata nell’aprile 2023, noi sudanesi all’estero abbiamo visto con orrore e incredulità la città che conoscevamo e amavamo sgretolarsi sotto i nostri occhi. Mai avevamo avvistato una nube nera così grande all’orizzonte. Abbiamo tentato disperatamente di contattare amici e familiari, ma invano, per colpa dei blackout e delle comunicazioni intermittenti. Gli scontri armati erano spietati e insensati, di una violenza che non avrebbe portato altro che disgrazie. Le immagini sui social media mostravano gente comune risucchiata nell’incubo della guerra. Gli amici ci mandavano le foto delle loro case invase dai miliziani, con finestre e porte sfondate, i loro averi distrutti o rubati. Gli elicotteri militari sorvolavano gli alberi mentre nelle strade impazzavano le sparatorie. Disperati e impotenti, abbiamo guardato quel mondo crollare: l’aeroporto, il palazzo presidenziale, la banca nazionale e l’antico mercato all’aperto Suq al arabi sono ridotti in macerie. Non importava chi fosse a sparare: la vittima era sempre la città.

Nelle prime settimane il conflitto in Sudan ha attirato l’attenzione del resto del mondo. I mezzi d’informazione occidentali hanno raccontato la drammatica partenza dei residenti stranieri. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno messo in salvo i loro cittadini con degli aerei militari. Molti erano sudanesi fuggiti dal paese durante il regime trentennale di Omar al Bashir e durante l’esilio avevano ottenuto la nazionalità britannica o statunitense. Era surreale vederli mettersi in fila per salire sugli aerei della Royal air force per essere portati al sicuro nel Regno Unito. Finito il loro trasferimento, la storia è scomparsa dalle prime pagine. I problemi del Sudan non toccavano più nessuno.

Testa di leone, corpo di serpente

La Khartoum negli anni della mia infanzia non era una grande città, ma una sonnolenta cittadina di provincia. Un posto tranquillo, con vecchi taxi Hillman e asini mansueti lungo le strade. Era collegata al resto del mondo dal fragile cordone ombelicale del Nilo che attraversando il deserto procede verso nord, verso l’Egitto, il mar Mediterraneo e tutto ciò che c’è oltre.

La nostra era una vita semplice. Come la maggior parte della classe media, non eravamo ricchi. I miei genitori lavoravano sodo e litigavano senza sosta, di solito per questioni di soldi. Allo stesso tempo non ci mancava nulla. Vivevamo in una villetta di un piano solo, dove la polvere entrava dappertutto. Ci spostavamo a bordo di auto vecchie e inaffidabili. Lo svago era offerto da una manciata di cinema all’aperto dove si proiettavano film di almeno due anni prima: più Cinecittà che Hollywood; più Shaw brothers (una casa di produzione di Hong Kong) che Warner brothers. Guardavamo film italiani commerciali, western e di guerra, con montaggi traballanti e doppiaggi bizzarri; melodrammi egiziani e film di Bollywood che mescolavano scene d’azione di un certo livello a balli e canti. Eravamo al centro di un crocevia culturale tra oriente e occidente in un’eco di influenze del passato incarnate da Apedemak, l’antica divinità nubiana dalla testa leonina e il corpo di serpente che emerge da un fiore di loto. Apedemak rimanda a una storia ricca e variegata, oggi in buona parte perduta.

In quegli anni era come vivere in un sogno, perché eravamo inconsapevoli di cosa succedeva intorno. Nel sud del paese imperversava la guerra civile. Era abbastanza lontana da non minacciare la nostra sicurezza, ma avrebbe piantato i semi del declino del Sudan. Con il passare del tempo divenne chiaro a tutti che i combattimenti non sarebbero finiti a breve. Mentre amici e familiari fuggivano dalla capitale, ci rendemmo conto che in gioco c’era il destino del paese. Io mi consolavo al pensiero che i miei genitori erano morti e non assistevano a quella catastrofe.

La generazione di mio padre aveva ereditato il compito di creare uno stato dall’insieme eterogeneo di popoli presenti all’interno dei confini nazionali. La sua famiglia non era ricca – mio nonno aveva lavorato come cuoco per le ferrovie sudanesi – ma mio padre era stato inviato nel Regno Unito come responsabile degli studenti, maschi e femmine, mandati a formarsi all’estero. Molti amici di famiglia – le persone che si riunivano a casa nostra per parlare di politica fino a notte fonda – appartenevano alla prima generazione di ministri, ambasciatori, professori e rettori del Sudan. Erano tutti impegnati in prima persona nella missione di trasformarlo in una nazione.

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Quella generazione dovette affrontare una sfida dell’immaginazione: come creare uno stato unitario, con un obiettivo e un futuro comune, a partire da popoli molto diversi e segnati dalla diffidenza reciproca. Le lealtà etniche, religiose e regionali dovevano essere sostituite dalla coesione politica. Ma il governo civile era spesso turbato dalle interferenze dei militari. Da bambini eravamo abituati a svegliarci la mattina presto con i colpi d’artiglieria in lontananza. Ore e ore di musica marziale su Radio Omdurman lasciavano intendere che era in corso un nuovo colpo di stato. Alcuni duravano poco, altri anni.

Mio padre era stato costretto all’esilio dal regime di Al Bashir. All’epoca dirigeva un giornale, e aveva dovuto scegliere tra il carcere e la fuga

I golpe causarono un cortocircuito nello sviluppo politico del paese. Attivisti e leader dell’opposizione furono uccisi o scomparvero in carcere o in esilio. La politica raramente riusciva ad avere la meglio sui tradizionali vincoli etnici, religiosi e tribali. Il governo militare considerava l’amministrazione civile una minaccia alla propria autorità, forse una conseguenza del fatto che il paese era stato governato per più di un secolo dai chedivé (vicerè) egiziani, una dinastia militare emanazione dell’impero ottomano. Il regime autoritario che s’instaurò a partire dagli anni settanta trascurava la complessa e unica rete di diversità culturale, etnica e politica sudanese.

Di fronte al fallimento della politica, il paese si rifugiò nelle tradizioni religiose conservatrici che avevano dominato per secoli il nord del Sudan. Ma l’islamismo, entrato in scena negli anni ottanta, non fu in grado di risolvere i problemi, anzi causò un aumento della polarizzazione e delle divisioni.

Disuguaglianza tra nord e sud

Un fattore importante per la gestione di un paese così vasto sono le distanze. Fino all’indipendenza del Sud Sudan, nel 2011, il Sudan era il paese più grande dell’Africa, con una superficie di 2,5 milioni di chilometri quadrati, più di tutta l’Europa occidentale. Nel 1956, quando ottenne l’indipendenza, il paese ereditò dai suoi dominatori coloniali britannici una serie di confini che, più che definire la neonata nazione, indicavano la fine dell’influenza delle altre potenze europee, che premevano da ogni direzione. In questo sistema centralizzato quanto più eri lontano dalla capitale, tanto meno erano importanti le tue preoccupazioni. Questo fece nascere una serie di pregiudizi che si radicarono profondamente. Il più forte era quello relativo al divario tra nord e sud. Dopo secoli di schiavismo, gli abitanti del nord si sentivano superiori a quelli del sud e li chiamavano abeed (schiavi). Gli abitanti del sud avevano la pelle scura e le cicatrici tribali sul volto. Erano animisti o cristiani. Per i musulmani del nord non erano civilizzati.

La prima guerra civile sudanese, scaturita da questa frattura, durò quasi vent’anni, dal 1955 al 1972. In origine lo scopo non era l’indipendenza del sud, ma la creazione di una nazione unitaria. Nel 2011, però, la separazione era diventata inevitabile e il Sud Sudan, con capitale Juba, proclamò l’indipendenza. Fu un duro colpo per il paese e sotto molti punti di vista segnò l’inizio della fine.

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In un mercato di Omdurman, aprile 2024

(Foto di Ivor Prickett, Panos/Parallelozero)

Oggi sembra probabile un’ulteriore spaccatura del Sudan. Ma, anche se il grande monolite si dividerà in pezzi più piccoli, pace e armonia non sono garantite. Disastri naturali, come inondazioni e carestie, hanno reso più vulnerabili le regioni periferiche. I loro problemi sono stati spesso ignorati, soprattutto in Darfur, un territorio grande come la Spagna dove vivono undici milioni di persone. Il Darfur ha una storia illustre: un tempo i suoi sultani vivevano in palazzi sontuosi, che un visitatore straniero descrisse come un’Alhambra sudanese. Inoltre è al centro dell’Africa, a pari distanza dall’oceano A­tlantico e dal mar Rosso. Il sultanato che lo governò nacque dall’unione tra comunità di pastori nomadi e agricoltori stanziali, che hanno vissuto in relativa armonia fino a trent’anni fa, quando i cambiamenti climatici e la desertificazione hanno cominciato a turbare il ciclo delle stagioni, alimentando le tensioni etniche.

Negli anni ottanta la scoperta del petrolio aveva già portato alcuni gruppi etnici che vivevano in territori contesi ad armarsi. Il governo cominciò a sua volta a inviare armi alle milizie arabe del Darfur per scacciare gli abitanti dalle terre assegnate in concessione alle aziende petrolifere straniere. Le espulsioni erano illegali e alcune sono state punite dalla legge solo quarant’anni dopo, come nel caso dell’azienda svedese Lundin Oil, attualmente sotto processo in un tribunale di Stoccolma per la sua complicità con il regime sudanese di quegli anni.

Nei primi anni duemila, in Darfur, il dittatore Omar al Bashir strumentalizzò e accentuò le divisioni etniche, rafforzando la milizia araba dei janjawid, i “diavoli a cavallo”, che oggi sono diventati le Rsf. Quel conflitto attirò tanta attenzione al livello internazionale. Diverse celebrità di Hollywood denunciarono le violenze, chiedendo giustizia. La Corte penale internazionale (Cpi) spiccò mandati d’arresto per funzionari sudanesi di alto livello, tra cui il presidente Al Bashir. Luis Moreno-Ocampo, l’allora procuratore della Cpi, disse che il Darfur era la metafora di un mondo diventato malvagio: “Se ce la facciamo, il Darfur diventerà come l’Argentina: non un posto perfetto, ma uno dove la gente non si ammazzerà. Se falliamo, tra venticinque anni il mondo sarà come il Darfur”. Purtroppo le sue parole sono state profetiche.

Nel 2007, dopo un’assenza di più di sedici anni, tornai a Khartoum. Fu un momento emozionante. Mio padre era stato costretto all’esilio dal regime di Al Bashir. All’epoca dirigeva un giornale, e aveva dovuto scegliere tra il carcere e la fuga. Rimase in esilio fino alla morte. Aveva giurato che non avrebbe più messo piede nel paese finché Al Bashir fosse rimasto al potere. Eppure io avevo deciso di andarci. Avevo intrapreso il viaggio senza sapere cosa aspettarmi e trovai un paese profondamente cambiato. Ritrovai vecchi posti, amici e familiari che non vedevo da decenni. Il libro che ho scritto su quell’esperienza l’ho dedicato ai miei genitori, che per me sono sempre stati una fonte di speranza e d’ispirazione grazie alla loro fiducia nell’idea di fondare una famiglia basata sulle loro differenze personali (mia madre era britannica) in un paese che tentava di costruire la sua identità.

La rivoluzione del 2019 che ha portato alla caduta di Bashir ha scatenato una lotta complessa per raggiungere un nuovo equilibrio politico. La popolazione chiedeva un governo progressista guidato dai civili, ma quel progetto era ostacolato da disaccordi e divisioni. Gli attivisti più giovani e impazienti si sono scontrati con i più anziani, che avevano vissuto il carcere o l’esilio, facendo accumulare amarezza e frustrazioni. Allo stesso tempo, le forze controrivoluzionarie si sono messe all’opera per ostacolare i cambiamenti.

Gli uomini del vecchio regime si sono tenuti stretti il potere con l’aiuto di altri paesi come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e le forze conservatrici dell’Arabia Saudita. In cima a questa pira traballante c’erano le forze armate, che avevano saputo ritagliarsi un ruolo redditizio nei tre decenni del governo di Al Bashir. Nell’ottobre 2021 due generali – Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti – hanno perso la pazienza e nella lunga tradizione di interventi militari sudanesi hanno compiuto un colpo di stato che ha messo fine alla transizione verso un governo civile. La loro instabile alleanza è durata fino all’aprile 2023, quando Hemetti si è rifiutato di mettere i paramilitari delle Rsf, da lui comandati, sotto il controllo dell’esercito nazionale.

Non è difficile capire perché Hemetti abbia pensato di avere la benedizione dei potenti. Nel 2014 l’Unione europea aveva investito 4,5 miliardi di euro per fermare i flussi migratori dal Corno d’Africa e gran parte di quel denaro era andato a Hemetti e ai suoi miliziani, nonostante la loro reputazione di genocidari. Quell’accordo ha legittimato le Rsf. Da mercante di cammelli analfabeta a capo di bande di saccheggiatori janjawid in Darfur, Hemetti si è trasformato in uno dei più fidi ufficiali di Al Bashir. I suoi uomini hanno anche combattuto in Yemen per conto degli Emirati Arabi Uniti, permettendogli di accumulare un patrimonio personale di centinaia di milioni di dollari.

La crudeltà delle Rsf può essere vista come una forma di ritorsione, la vendetta di coloro che si sono sentiti a lungo emarginati, esclusi, ignorati e sfruttati. Tuttavia, nonostante la classe dominante in Sudan sia stata colpevole di negligenza, corruzione e indifferenza verso gli abitanti delle regioni più lontane, nulla giustifica la violenza scatenata dalle Rsf: i milioni di sfollati, le decine di migliaia di morti e quelli che ci saranno. Stragi, torture e stupri. I problemi politici richiedono interventi politici, non violenza.

Siamo tornati a un’epoca medievale di carestie e sofferenze inflitte da signori della guerra e mercenari. Le crepe si estendono da Khartoum al Darfur

Evidentemente, lo stesso Hemetti prova ancora questo rancore. Ha dichiarato che ridurrà la capitale a un “posto per gatti”, un proclama che si rifà in modo bizzarro alla storia della città. Nel 1885 Khartoum fu rasa al suolo dai seguaci del Mahdi (il leader di una ribellione locale contro i colonizzatori britannici e il chedivato egiziano). A quei tempi si diceva che la città abbandonata era abitata solo da gatti. La dichiarazione di Hemetti rivela molto sulle sue intenzioni e il suo disinteresse a governare il paese. Dall’altra parte c’è Abdel Fattah al Burhan, un militare mediocre, sintomo dell’incompetenza diffusa all’interno del regime di Al Bashir. Finora entrambi hanno dimostrato un totale disprezzo per le vite umane. Il paese in quanto tale non è un loro problema.

In un modo o nell’altro il cerchio si chiude, in una sorta di nuovo imperialismo. Le grandi potenze della regione sono la Russia e gli Emirati Arabi Uniti, insieme ad Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina, mentre l’influenza europea è in declino, aggrappata a vecchi legami coloniali. Nessuna di queste potenze esita a istigare la macchina bellica, nonostante le conseguenze umanitarie. La Russia è alla ricerca di oro e minerali per finanziare la guerra in Ucraina e per aumentare la sua influenza nell’area del mar Rosso. Gli Emirati investono miliardi di dollari per avere accesso ai terreni fertili e all’acqua necessari per realizzare enormi progetti agricoli, oltre a un porto moderno, un’area di libero scambio e un aeroporto a nord di Port Sudan. Traggono inoltre vantaggio dall’oro sudanese, che frutta centinaia di migliaia di dollari sul mercato di Dubai, e forniscono soldi e armi alle Rsf. A sua volta l’Egitto vuole sicurezza, cioè controllo militare e assenza di estremisti islamici ai suoi confini, mantenendo il controllo sulle acque del Nilo, sua arteria vitale.

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Siamo tornati a un’epoca medievale di carestie e sofferenze inflitte da signori della guerra e mercenari. Le crepe si estendono da Khartoum al Darfur e oltre, in una faglia che attraversa il Sahel e passa per l’Eritrea, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, il Burkina Faso, il Niger, il Mali e la Libia. Armi e combattenti circolano liberamente da uno stato senza legge all’altro.

Forse l’assenza di interesse dei mezzi d’informazione dipende dal fatto che il Sudan è un buco nero sulla mappa. Un posto così poco meritevole di considerazione che distruzione premeditata, stupri, omicidi di massa e genocidio passano inosservati. Nel distopico mondo nuovo di oggi, fatto di guerre con droni e armi basate sull’intelligenza artificiale, in cui falsi profili sui social media sono usati per seminare ancora più caos, siamo finiti in un labirinto di specchi in cui abbiamo abbandonato i princìpi che affermiamo di sostenere.

Negli anni successivi alla presa del potere di Omar al Bashir, nel giugno 1989, ci fu un esodo dal Sudan. Molti se ne andarono per non tornare più, scappando in paesi come la Cina e il Giappone, invece che nei soliti Egitto, Regno Unito o Stati Uniti. La repressione era inaudita. C’erano “case stregate” dove la gente spariva, ma restava la speranza che il paese si sarebbe ripreso: si diceva che c’erano già stati periodi bui, ma poi erano passati; che il Sudan sarebbe sopravvissuto. Oggi la sensazione è che il centro sia imploso. Le persone si spostano per mettersi in salvo, ma poi si rendono conto che devono continuare a muoversi. I numeri di telefono vanno persi. La distruzione della capitale ha stravolto il paese a vari livelli. Oltre all’esodo delle persone, sono crollate le istituzioni statali, la sanità, l’approvvigionamento alimentare e le infrastrutture. I sudanesi dipendono dal sostegno delle comunità locali, perché gli aiuti internazionali raggiungono solo una minima parte della popolazione. Tanti sopravvivono grazie ai fondi inviati dalla diaspora attraverso connessioni internet controllate dalle Rsf, che pretendono la loro parte.

Da sapere

Governi paralleli

◆ Il 18 febbraio 2025, in un incontro nella capitale keniana Nairobi, i rappresentanti delle Forze di supporto rapido (Rsf) e di altri gruppi armati sudanesi hanno annunciato la creazione di un “governo parallelo” a quello con sede a Port Sudan guidato dai militari che fanno capo al generale Abdel Fattah al Burhan. La decisione del Kenya di ospitare l’incontro delle Rsf ha suscitato la dura reazione delle autorità sudanesi, che hanno parlato di un’“azione ostile”. Per le Nazioni Unite l’iniziativa minaccia di “dividere il Sudan”. A Nairobi era presente anche Abdelaziz al Hilu, comandante del movimento armato Splm-N, che si oppone al governo sudanese. L’alleanza tra Al Hilu e le Rsf, , scrive il sito Sudan War Monitor, minaccia di intensificare la guerra civile e di riaccendere i combattimenti sui monti Nuba, una regione rimasta relativamente tranquilla finora.

◆ Secondo le Nazioni Unite 637mila persone sono colpite dalla carestia in cinque aree del Sudan: i campi profughi di Zamzam, di Abu Shouk e di Al Salam, nel Darfur Settentrionale; e due località sui monti Nuba. La situazione è destinata a peggiorare con l’avvicinarsi della stagione di magra a maggio, cioè quando le famiglie esauriscono le provviste accumulate prima dei nuovi raccolti. La guerra civile cominciata nell’aprile 2023 ha causato almeno 60mila morti e più di dodici milioni di profughi e sfollati.


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La distruzione ha colpito anche il patrimonio culturale. Abbiamo ricevuto messaggi che parlano di camion pieni di manufatti d’inestimabile valore rubati al museo nazionale. L’eliminazione della storia sudanese è la forma più estrema di cancellazione. Le immagini di antichi re e regine, e i fini affreschi che narrano la storia di quattrocento anni di dominazione cristiana nel nord sono tutti in vendita nel mercato nero mondiale. Cosa conosceranno le generazioni future del loro passato? E se il passato è stato rubato, non c’è garanzia per il futuro.

Dopo quasi due anni di combattimenti siamo a uno stallo. Né Hemetti né Al Burhan sono adatti a governare il paese, nemmeno se lo volessero. Ai loro occhi potrebbe sembrare conveniente mantenere lo status quo: una scomoda coesistenza mentre continuano ad approfittare dei saccheggi, delle centinaia di tonnellate d’oro esportate, delle armi e del supporto logistico fornito dalle potenze esterne, che pagano per difendere i loro interessi.

In questo mondo, guerre senza fine sono combattute da potenze che non si occupano di democrazia, stato di diritto, giustizia e nemmeno umanità, ma solo dei loro biechi interessi. La Russia e gli Emirati traggono vantaggio appoggiando entrambe le parti in conflitto. La retorica dell’occidente che parla di valori etici e giustizia sociale, della diffusione della democrazia, appare vuota: in Sudan, Libia, Yemen, Siria, Libano e a Gaza l’occidente sembra più che altro occupato a proteggere i suoi interessi economici. L’intero concetto di democrazia pare un’assurda sciarada, perché la teoria è lontana dalla pratica.

Le notizie delle ultime settimane parlano di massacri di civili nello stato di Gezira, dove gli uomini sono arrestati, umiliati, torturati e uccisi arbitrariamente dalle Rsf. Gli attivisti sudanesi hanno fatto circolare la notizia che centotrenta donne di questa regione si sarebbero affogate in un suicidio di massa per non essere stuprate dalle Rsf. Si stima che in tutto il paese più di dieci milioni di persone abbiano perso la loro casa, la famiglia e il benessere. Eppure il mondo tace. Sulla scala delle catastrofi il Sudan è all’ultimo posto, dopo gli orrori di Gaza e dell’Ucraina. Secondo una notizia dell’agenzia Reuters la carestia è così grave che alcune persone sono costrette a mangiare la terra e le foglie. E qui ancora una volta pensiamo al passato, al 1884, quando si diceva che la guarnigione del generale britannico Charles Gordon, detto Gordon Pascià, nella Khartoum assediata avesse cucinato le cinghie di cuoio dei letti per farci la zuppa.

Le recenti vittorie dell’esercito sudanese, a Omdurman e Wad Madani, il capoluogo dello stato di Gezira, potrebbero essere motivo di ottimismo. Le Rsf però non sono ancora state sconfitte ed è improbabile che rinuncino ai territori più preziosi, soprattutto in Darfur, nonostante la precedente amministrazione statunitense di Joe Biden abbia riconosciuto che gli stupri e gli omicidi di massa in quella regione equivalgono a un genocidio.

Se arriverà la pace, ci vorranno decine di anni di duro lavoro e sofferenze per far tornare il paese com’era, anche solo lontanamente. Alcune cose, però, non possono essere riparate. Niente sarà più come prima. ◆ oa

Jamal Mahjoub è uno scrittore britannico d’origine sudanese. Ha pubblicato una ventina di libri, tra cui una serie di gialli con lo pseudonimo Parker Bilal. In Italia è uscito I cristalli del cielo (Giunti 2000).

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