«Zelensky è pronto a firmare l’intesa su minerali e terre rare»

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Cerimonia di inaugurazione del memoriale dei Difensori caduti, nel villaggio di Kulynichi, nella regione nord orientale di Kharkiv – ANSA

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Volodymyr Zelensky avrebbe detto di «sì» alla cessione delle terre rare ucraine agli Stati Uniti. La Casa Bianca frena, ma indiscrezioni di stampa del Financial Times danno per fatto l’accordo sullo «sviluppo congiunto» delle risorse minerarie del Paese, tra cui petrolio e gas, dopo che gli Stati Uniti hanno ritirato l’obbligo di colmare con le entrate un ipotetico debito di 500 miliardi di dollari. Particolare confermato da fonti ufficiali di Kiev che parlano della firma «già venerdì». Lo sblocco della trattativa è arrivato mentre la partita per le terre rare continuava ad allargarsi, diventando un tassello fondamentale di un nuovo equilibrio geopolitico fra Stati Uniti, Russia e Cina e minacciando di togliere a Kiev la carta negoziale delle sue risorse.

Oggi infatti Vladimir Putin, «soddisfatto» per la scelta di Donald Trump di schierarsi al suo fianco all’Onu, ha proposto a Washington di investire nello sviluppo dei giacimenti russi di minerali strategici per la tecnologia e gli armamenti, spingendosi a garantire agli Stati Uniti accesso ai giacimenti nel territorio che occupa nell’Ucraina orientale. La mossa potrebbe sancire l’annessione russa di una fetta di Ucraina e portare all’eliminazione delle sanzioni statunitensi imposte a Mosca in seguito all’invasione e che vietano tale cooperazione. «Siamo pronti ad attirare partner stranieri nei cosiddetti nuovi territori storici che sono tornati alla Russia», ha detto Putin, usando i termini preferiti dal Cremlino per descrivere l’Ucraina occupata.

Il mese scorso l’esercito russo ha rivendicato il controllo di un deposito di litio nella regione di Donetsk che esperti russi pro-invasione hanno suggerito a Mosca di usare come leva negoziale con gli Usa per arrivare a una conclusione vantaggiosa della guerra. «Ciò che ci riguarda è fare di più in quel campo», ha concluso ieri Putin, che sulla questione però triangola anche con la Cina, il cui vantaggio nella disponibilità di materiali strategici preoccupa Washington. Putin e Xi hanno infatti confermato l’intenzione di incontrarsi a Mosca a maggio per l’80esimo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista. Gli Stati Uniti sperano infatti che un’intesa con l’Ucraina e con la Russia li aiuti ad arginare il dominio di Pechino in materia.

Tra il 2019 e il 2022 gli Usa hanno importato più del 95% delle terre rare consumate. La Cina ne è il primo produttore mondiale con 240mila tonnellate prodotte, seguita da Australia e Thailandia. La Russia per ora è al quinto posto, ma ha un potenziale di produzione significativo che è stato ritardato negli ultimi anni dall’impatto delle sanzioni. Intanto l’Europa, divisa, teme di trovarsi a guardare mentre i giochi si chiudono e ricorda, per bocca di un portavoce della Commissione europea, che «quattro anni fa» la Ue aveva stretto un accordo con Kiev sulle materie prime critiche che garantisce «vantaggi reciproci», negando però di volersi mettere «in competizione con gli Stati Uniti».

Si deve probabilmente all’importanza strategica dell’accesso americano a sottosuolo russo e ucraino la nuova posizione all’Onu di Washington, che in Consiglio di sicurezza ha votato contro una risoluzione che condannava l’aggressione russa, allineandosi per la prima volta alle posizioni di Mosca. Il Cremlino ha accolto con favore il cambiamento, definendolo «equilibrato» e aggiungendo che ora «si apre un potenziale piuttosto ampio» di relazioni con Washington, comprese quelle economiche e minerarie. Il voto ha invece suscitato critiche in ambiti conservatori negli Usa, compreso quello riflesso nella linea editoriale del Wall Street Journal, che ha definito la svolta Usa «una giornata triste per gli Stati Uniti all’Onu».

Spiazzati anche gli alleati europei, che stanno cercando di correre ai ripari in ordine sparso. Dopo Emanuel Macron lunedì, domani sarà alla Casa Bianca il primo ministro britannico Keir Starmer, che porta a Trump il “regalo” di un aumento dei fondi per la difesa fino al 2,5% del Pil nel 2027. Aumento fatto (ironia della sorte per un laburista che sembra imitare Trump) tagliando gli aiuti internazionali.

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